settembre 2016 ~ Veronica Marchi
Viaggio da ferma

Viaggio da ferma

Sento le scapole parlare una lingua trafitta di domande ed è difficile guardare così indietro, l’occhio potrebbe aiutare là dove le orecchie faticano a decifrare. Allora uso un nuovo senso, ascolto e ascolto ancora, fino ad imparare un nuovo linguaggio, fino a divorare l’attesa in un abbraccio. Mi rilasso e accolgo la sensazione. Il mio cuore non è abituato, è così vicino alle ali e così protetto dalla sobrietà. Spingo in avanti le braccia e un filo di vento si intreccia tra la pelle e il fiato.

Ascolto di nuovo.

Devo imparare a muovermi se voglio stare ferma.

Capitolo #1: Casting.

Capitolo #1: Casting.

Attesa

Arrivo di notte, giusto il tempo di fare il check-in, infilarmi nel letto, fare finta di dormire e rialzarmi il mattino dopo alle 5:00, con ore di anticipo per la paura di perdere il tram. L’appuntamento è speciale, e io odio arrivare in ritardo. Ma per una legge naturale e divina dimentico di stampare alcuni fogli, quindi il panico si impossessa del mio corpo. Invano, perché con grande sollievo scopro che ne esistono altre copie all’ingresso. Per ora sono salva.
All’ingresso incontro ragazzi simpatici con cui scambio battute esilaranti sulla quantità di scartoffie da firmare e compilare, provo anche un certo conforto nel notare che non sono l’unica ad aver dimenticato la testa a casa. Si entra. Il posto in cui ci fanno aspettare è una stanza piccola e piena di gente.
Passa un po di tempo e per ora ho visto solo un sacco di facce. Con tutto il tempo che ho per pensare mi sono fatta la mia idea riguardo alla situazione e ho deciso che ci deve essere sotto un esperimento socio-psicologico, uno scopo preciso per tenere così tante persone insieme per molte ore. Si inizia a vedere di tutto, specialmente nel primo pomeriggio: c’è chi impazzisce, chi canta il proprio brano in media un centinaio di volte, chi fa gruppo tipo boy-scout e chi si defila. Quelli come me fanno un po’ di tutte queste cose (tranne impazzire e cantare il brano fino alla nausea).

La musica non ha età

In piedi di fronte alla porta di casa di amici di famiglia, la sua voce risuona nelle mie orecchie come un monito: “Stai qui, non ti muovere”. Deve essere stato lì, appena appena capace di camminare, che ho iniziato a seguire un istinto di sopravvivenza profondo: studiare le cose prima di agire. Mia madre però quel giorno non intendeva impormi di rimanere ferma sulla mattonella per così tanto tempo. E invece accadde, ci rimasi per un bel po’ finché si accorsero che c’ero. Io ero ancora lì ferma sulla mattonella, perché probabilmente aspettavo il momento giusto per muovermi.
Questo lungo pomeriggio assomiglia a quella mattonella, parlare a comando non è il mio forte e chi mi conosce lo sa, mi piace il contatto umano ma solo se non mi sento costretta a dire qualcosa. Devo avere a disposizione il tempo per riflettere. Però si parla, alla fine succede perché quando aspetti non ti resta che conoscere e questa è una strada interessante da percorrere se hai voglia di imparare. Una domanda fra le tante mi colpisce particolarmente: “Ma non hai paura che ti dicano che sei troppo vecchia?”. Ci penso un attimo, e poi rispondo limpidamente che la musica non ha età e che partecipo per mettermi in gioco, come si deve fare sempre, altrimenti la vita finisce. Non so poi da dove mi esca, ma attacco a raccontare di avere una forma di orecchio assoluto (in verità lo so perché lo racconto, è perché quel giorno del 1985 io e la musica ci siamo innamorate grazie a questo prezioso regalo del cielo e da allora non ci siamo lasciate più). Si chiama orecchio musicale per la precisione, e mi consente di riconoscere una nota solo sentendola. Non sapevo che questa affermazione mi sarebbe costata una notte intera di ansia.

Il palazzetto

È possibile che siano passate quante, due ore? Tre ore? Il fatto è chiaro. Qualcuno ha già cantato, la stanza inizia a svuotarsi, suono un po’, sonnecchio, sto in silenzio, penso… penso… penso… alzo lo sguardo. Siamo rimasti in pochi. Così pochi? Non sento più neanche la fame, che ore saranno? Non guardo neanche più l’orologio, so solo che siamo qui e che ormai è fatta, tocca a noi.
Ecco, ci chiamano, attraversiamo il lungo corridoio del backstage. Microfono infilato nella camicetta, seduta a gambe penzoloni su un flyghtcase da concerto. Cattelan si avvicina. “Ok Veronica, che nota è questa?”. Me lo sentivo, ecco, me lo sentivo che dovevo stare zitta. Ehm, la azzecco. Ma lui non è contento e me ne canta un’altra. Ok la azzecco. Evviva, sono salva, se ne va.

Walk

“Ok bene, adesso scosti un po’ la tenda e guardi verso il palco”.
Non ce l’ho il tempo di capire dove sono, mi viene chiesto in continuazione di fare cose perciò allungo la mente verso la canzone e tutto il resto scivola in movimenti automatici. Ora tocca a me veramente, ho giusto un minuto per mozzare il fiato e raggiungere la X a centro palco. Il cuore fa qui la sua prima comparsa, lo recupero tra il braccio e il microfono, appena prima che raggiunga Arisa in pieno volto. Due domande veloci e parto a cantare “Walk”.
Sono in equilibrio, sono agitata ma tengo il fuoco ben saldo. Suonare nei locali non è la stessa cosa. Uno lo può fare 10, 100, 1000 volte ma niente assomiglia a un palazzetto pieno di gente in religioso silenzio. È solo una questione di palco, di dimensioni, di situazioni. Le anime a cui parli però non cambiano, non sono più o meno importanti. E in questo momento sto cantando per me e per ogni singola persona che sta ascoltando. Il silenzio delicato a fine brano ha lasciato il posto a un boato, alla standing ovation, all’imbarazzo, ai complimenti, a me che scendo dal palco con le luci puntate e scivolo via. Ora so che ore sono, ho atteso tanto, un giorno intero o una vita, ma non ha nessuna importanza, l’importante è farsi trovare pronti all’appuntamento.

In fondo al corridoio incontro una ragazza che mi sussurra: “Comunque volevo dirti che non sei vecchia”.

Bonus Track 🙂
Pre-casting