ottobre 2016 ~ Veronica Marchi
Capitolo #3: homevisit

Capitolo #3: homevisit

Solo in sei

Da questa distanza le sagome dei miei compagni di viaggio sono piccole e informi, a mano a mano che mi avvicino ricordo i loro volti, e capisco che siamo rimasti in sei, siamo solo sei persone. Eravamo centinaia e centinaia, siamo stati fortunati. Ci abbracciamo, sappiamo che saranno tre giorni densi di fotogrammi. Dal nostro minuscolo punto di vista vediamo per il momento solo cumuli di attese che si attorcigliano tra di loro e a noi non resta che sbrogliare l’intreccio con una jam notturna in piazza Colonne a Milano, in totale serenità. Le nostre voci lavorano assieme come tele di ragno. Chi si farà male nei prossimi due giorni? Chi sorriderà, chi si abbatterà, chi non si accorgerà di nulla?

Palazzo del podestà

Il tormentone di ogni viaggio è differente, quanto è differente la destinazione. Siamo su un pullman senza sapere dove stiamo andando e senza aver sentito come suoneranno i nostri brani, una combinazione esplosiva, stemperata a un certo punto da canti modello gita scolastica, il che è davvero rilassante. Se non fossimo così in armonia sarebbe un inferno. Bologna, ci siamo, è qui che staremo. Non sappiamo ancora dove ci esibiremo, e così un altro giorno scivola tra domande, canzoni, cibo e sigarette (degli altri, perché io ci ho pensato a iniziare a fumare in questo contesto ma poi il richiamo delle corde vocali ha preso il sopravvento). Il giorno dopo siamo quasi freschi (non siamo andati a letto prestissimo e accusiamo un po’ il colpo ma noi siamo Over quindi non ci piace fare i vecchietti) e dopo una mezza giornata di riprese si vola alla location. Si canta al Palazzo del Podestà, un palazzo d’epoca di grande valore, non aperto al pubblico, quindi è un prestigio particolare essere qui dentro oggi. È tempo dell’ultima intervista, non prima però di aver fatto il tanto agognato soundcheck, da noi eletto come santo del musicista, ovvero colui che può chiarirti le idee come confondertele definitivamente. Vediamo la luce alla fine del tunnel: sappiamo come la band (stratosferica, ovviamente) suonerà i nostri brani e siamo tutti un po’ più sereni.

Oggi c’è un sole esagerato, io indosso una camicia di seta blu scura, un paio di jeans denim e i miei fedeli stivaletti neri. Mi sto sciogliendo ma la temperatura cambia quando mi chiamano per l’ultima intervista. Sudo freddo perché hanno la brillante idea di sedermi sul davanzale, io cerco di fingere di essere a mio agio ma evidentemente non so recitare. Sudo freddo perché dietro di me c’è il vuoto, il palazzo è alto e ho una fottuta paura di cadere. Agevole come posizione per essere intervistata in un contesto altrettanto rilassante! Ma le ragazze sono gentili, una sotto di me mi tiene il piede per rassicurarmi, l’altra mi parla lentamente e non mi accorgo di quante cose dico, di come rispondo. So soltanto che le domande non sono facili, non è mai facile rispondere in pochi secondi e in modo conciso. Provo a dire ciò che sento e le parole si adagiano tra me e la telecamera, come a dirmi che non c’è niente di cui aver paura, che il più è fatto, che la vita mi risponderà a tempo debito.

Felice

È pomeriggio, il sole sta calando lentamente, un timido tramonto si intrufola tra le colonne del palazzo. Abbraccio il microfono, questa volta sono nuda. La chitarra l’ho lasciata proprio a casa e sono venuta solo io, senza coperture. I passi dei miei stivaletti risuonano nella sala, è l’eco più lungo e più poetico che abbia sentito, perché copre una distanza d’amore, quella che separa me da due persone che adoro: Manuele Agnelli e Daniele Silvestri. Io, dentro di me, ho già vinto. Già vinto perché cantare è una vittoria, già vinto perché alle mie spalle ho musicisti di enorme valore, già vinto perché l’arte è un regalo prezioso ogni giorno della mia vita. Alla fine canto, sì. Canto come non mi ricordo di aver cantato negli ultimi anni, c’è Bjork oggi con me e una sua canzone che adoro da sempre. Non si tratta di accontentarsi, si tratta di essere felici. Ecco, io ora mi sento così.

Assieme ad Eva canticchio brani dei 99 Posse aspettando il risultato, con lei attraverso l’ultimo varco e accanto a lei ascolto il giudizio di Manuel. Non importa cosa lui abbia detto o meno, lontano dalle telecamere mi ha dedicato due ore del suo tempo, in un contesto informale, davanti ad una bella birra, illuminati dal bagliore tenue della notte. La vita è in discesa, quando ti diverti. Ed è una discesa quella che affronto appena ascoltato il verdetto. Finita la lunga scalinata che mi porta verso le telecamere sono serena, un po’ confusa ma serena.

Non ho molto da dire, lasciatemi andare a scrivere il mio prossimo disco.

Ricomincio da qui

Non finisce mai con una lacrima. Anche se ne ho versata qualcuna, più per stanchezza che per tristezza. Finisce con due chitarre in piazza a Bologna, di notte, a sentire le storie dei senza tetto e ad aiutarli come meglio abbiamo potuto fare, ad ammirare i contrasti. A cosa serve dannarsi l’anima per un obiettivo se poi c’è chi è scappato da un ospedale perché inseguire la sua libertà? Ognuno lotta per ciò che sente, io adesso ricomincio da qui.

Capitolo #2: Bootcamp (ovvero le sedie e il rispetto).

Capitolo #2: Bootcamp (ovvero le sedie e il rispetto).

Scegliere

Il tempo è relativo, lo sappiamo bene tutti. È un’insieme di punti, e il disegno dato dall’unione di questi punti è diverso per ognuno di noi. Di tempo, dal mio primo concerto, ne è passato tanto, eppure mi sembra sia passato un giorno, un giorno però che ha la durata e il sapore di settanta date in un anno. Di palchi ne ho visti, di sguardi ne ho incontrati, di canzoni ne ho cantate. Ma scegliere cosa cantare in questa circostanza mi spiazza.
Passo al setaccio 18 anni di live, io le canterei tutte se fosse possibile ma devo scegliere. Alla fine il mio cuore va verso due cose completamente diverse tra loro, “Venderò” di Edoardo Bennato e “Piece of my heart” di Janis Joplin. Cosa posso farci? Mi piacciono molte cose differenti e non ho voglia di cantare la copia della copia di me stessa, mi è andata di lusso ai casting, adesso non voglio sedermi e voglio rischiare un po’. E poi si tratta davvero di rischio? In fondo tutta questa meravigliosa giostra è un rischio bellissimo, perciò vada come vada.
La valigia questa volta pesa un po’ di più, devo stare lontana da casa per tre giorni, ma sono una che viaggia leggera quindi ho solo una borsa con tre cambi, roba che se mi sporco con il caffè sono fottuta.
Ma come dicevo prima, rischio per rischio…

Attesa

Radunati sotto il cielo di questa città, sembriamo tanti venditori di chitarre, ce ne sarà perlomeno una ogni due persone. Ci raccogliamo in una stanza in compagnia dell’attesa, che ormai abbiamo imparato a conoscere bene.
Aguzzo la vista e inizio a identificare i cosiddetti Over, qualcuno mi colloca tra gli Under, e quando rivelo la mia età raccolgo mascelle in giro per il pavimento (che bello, datemi sempre queste soddisfazioni).
Cosa possono fare un centinaio di musicisti costretti ad aspettare ore nello stesso posto? Suonano! E io osservo, sì, perché io sono così da sempre, prima mi guardo intorno e solo quando ho studiato bene la situazione mi getto nel quadro e mi lego bene ai colori. La jam session è totale, quasi tutti cantano, urlano o improvvisano, altri percuotono sedie e borsoni. Poi a mano a mano il gruppo si sfoltisce, siamo sempre meno e rimaniamo solo noi “anziani”, come sempre ultimi (sarà perché siamo attempati che ci tengono in fondo o sarà per testare la nostra resistenza?). All’alba della sera ci spostiamo da lì verso una meta indefinita, sappiamo solo che lì scopriremo chi è il nostro giudice e che dovremo esibirci a cappella di fronte a lui.

Il giudice

Mentre attendo ne approfitto per riflettere, per concentrarmi. Ognuno reagisce a modo suo, qualcuno fuma sigarette una dietro l’altra, altri fanno battute ad libitum, altri cantano senza sosta, altri stanno zitti. Il bello di queste cose è avere l’opportunità di vedere quanto siamo diversi se costretti a vivere insieme. Non c’è posto per la competizione, non ne hai la forza, non ne hai la voglia. Hai solo desiderio di fare bene la tua parte e di viverti al meglio l’esperienza.
Siamo in uno studio di registrazione, impalati davanti alle telecamere aspettando che un telo teso davanti ai nostri occhi si alzi e ci riveli il volto del nostro giudice. Nel silenzio della stanza, che a occhio dovrebbe essere una delle sale di ripresa dello studio, si solleva un primo pezzetto di tela scoprendo le scarpe del giudice, due stivali neri e robusti. Potrebbe essere Fedez, potrebbe essere Alvaro. Ma solo un vero rocker li indossa d’estate, per cui quando a sollevarsi piano piano è un altro pezzo di tela che mostra i pantaloni non ho dubbi, è lui. All’altezza della cintura poi non ho più esitazioni, e quando il suo volto compare ho un sussulto, è la prima volta che lo vedo da vicino. Emetto un urletto tipico delle fans che sporgono dalle transenne ai concerti e sono felice, felice che sia lui a guidarci. È Manuel Agnelli.
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“Ok adesso dirò i nomi di alcuni di voi, chi sente il suo nome faccia un passo avanti”. Che strano suono, non lo avevo mai sentito con la R morbida. Il mio nome pronunciato dalla sua bocca ha tutto un altro sapore. Un passo avanti, siamo in otto. Passiamo senza cantare. Un sollievo? Una prova travestita da pacca sulla spalla? Qui tutto scricchiola come i ponti di legno ma non mi importa. So soltanto che domani farò un giorno di riposo, berrò un aperitivo con un’amica e canterò come ho sempre fatto.

Colazione

Avevo la presunzione di credere che solo una vecchietta come me si alzasse presto, perciò esco dalla mia stanza convinta di non trovare nessuno a fare colazione a quell’ora. Ma con mia grande sorpresa nel salone trovo più fringuelli tra i 16 e i 18 anni che forchette e coltelli. Mi accomodo al tavolo con altre cantanti, si parla dei brani, si parla di musica, ci si racconta. Si dice sempre che le donne non sappiano rapportarsi quando in ballo c’è una competizione. Io però non sono programmata per disprezzare, e nemmeno per capire se una persona è sincera o meno. Io faccio la mia parte, ed è una parte armonica, come quelle successioni di accordi in un brano che stanno bene assieme e che legano il gruppo di cellule melodiche tra una frase musicale e l’altra. Ecco, non credo di avere voglia di perdere tempo a disprezzare, per cui faccio caso solo al buono, e a me pare che in questa giornata di buono ce ne sia molto.
Intrecciate di nuovo le nostre vite nel palazzotto, davanti a noi di nuovo la nostra amica ansia, che ci porta a cantare per necessità e per passatempo. A turno qualcuno dorme, qualcuno si eclissa.
L’ansia ci fa fare anche cose strane, conoscersi può essere anche questo, c’è chi si improvvisa perfino atleta pur di non sentire il rimbombo delle lancette. Ci ritroviamo attorcigliati a discorsi senza via d’uscita, a pronosticare e fantasticare sul cosa e sul come, sul chi e sul perché… e senza accorgercene ci ritroviamo in cerchio: io, Muna, Eva, Sarah Diertich, Sara Robin, Alessandra… in un intreccio di parole intervallate da canzoni buttate sul pavimento a stemperare il vuoto dei silenzi che rallentano il passo.
 
“Ragazzi, preparatevi, tocca a voi”.
Da qui in poi un film che guardi a doppia velocità.

Piece of my heart

“Come stai Veronica?”. Come cavolo vuoi che stia? Che razza di domande mi fai? Già un paio d’anime sono state eliminate, le sedie sono tutte occupate e ora tocca a me. Maledetti, non mi avevate avvisato che mi sarei sentita così. “Così come?”. Non è facile spiegare. Per considerarsi amici serve tempo, serve fiducia conquistata. Ma noi abbiamo legato qui dentro, ci sentiamo parte della stessa cosa! Quale infame essere umano desidera far alzare una persona da quella sedia? Non serve essere legati da un’amicizia profonda per desiderare di non far alzare nessuno da lì.

Adesso ho capito come mi sento. Adesso realizzo. Però adesso non c’e più tempo per pensare, è tempo di cantare. L’aspettativa si fa anche più intensa perché a due passi dal palco incontro Cattelan che mi ferma e mi dice: “Oh mi raccomando, spacca perché mi piaci tantissimo”. È ufficiale, lui mi perseguita.
Salgo su, indosso un sorriso felice, attacco con il Mi maggiore di “Piece of my heart”, con delicatezza e in crescendo scivolo verso il ritornello. Che taglio drastico, due minuti soltanto, ho la sensazione strana di non aver nemmeno cantato. Vi prego fatemi suonare l’intero LP! Ma all’ultimo acuto, sullo strascico delle mie dita sulle corde della chitarra il pubblico applaude, qualcuno si alza in piedi. Sono piaciuta, sì sono piaciuta, almeno al pubblico sì, e questo per me è tutto. Ma se ai casting la mia scia è stata indorata di preziosi smeraldi, oggi la giuria è spaccata da giudizi estremamente diversi tra loro. Alvaro mostra perplessità: dichiaro con sincerità di aver voluto rischiare portando questo brano. Fedez mi getta in finale come se fossi in piedi su un gigantesco Monopoli e dovessi raggiungere l’ultima casella senza passare dal via. Eccoli qui i trenta secondi più lunghi della mia vita: Manuel decide di darmi una sedia, ma deve alzarsi qualcuno. Guardo tutti i miei compagni di viaggio, e i miei occhi si appoggiano su Muna, più di tutti, perché sento di avere una particolare sintonia con lui. La vita è strana, è proprio lui che si deve alzare. A stento lascio la stella del centro palco. Lo abbraccio. Inciampo nella stringa della chitarra, non so se devo sedermi o andare, non capisco qual è il mio posto. Seduta su quella sedia non mi sono sentita serena mai, non importa come ho cantato, non importa la competizione, ho assaggiato la spietatezza del gioco e gustato l’amaro della platea assatanata come nell’arena con i leoni. Ce l’ho fatta, sono agli Homevisit, ma con uno strappo nel cuore e l’ostinata voglia di mostrare il meglio di me.