Capitolo #3: homevisit ~ Veronica Marchi
Capitolo #3: homevisit

Solo in sei

Da questa distanza le sagome dei miei compagni di viaggio sono piccole e informi, a mano a mano che mi avvicino ricordo i loro volti, e capisco che siamo rimasti in sei, siamo solo sei persone. Eravamo centinaia e centinaia, siamo stati fortunati. Ci abbracciamo, sappiamo che saranno tre giorni densi di fotogrammi. Dal nostro minuscolo punto di vista vediamo per il momento solo cumuli di attese che si attorcigliano tra di loro e a noi non resta che sbrogliare l’intreccio con una jam notturna in piazza Colonne a Milano, in totale serenità. Le nostre voci lavorano assieme come tele di ragno. Chi si farà male nei prossimi due giorni? Chi sorriderà, chi si abbatterà, chi non si accorgerà di nulla?

Palazzo del podestà

Il tormentone di ogni viaggio è differente, quanto è differente la destinazione. Siamo su un pullman senza sapere dove stiamo andando e senza aver sentito come suoneranno i nostri brani, una combinazione esplosiva, stemperata a un certo punto da canti modello gita scolastica, il che è davvero rilassante. Se non fossimo così in armonia sarebbe un inferno. Bologna, ci siamo, è qui che staremo. Non sappiamo ancora dove ci esibiremo, e così un altro giorno scivola tra domande, canzoni, cibo e sigarette (degli altri, perché io ci ho pensato a iniziare a fumare in questo contesto ma poi il richiamo delle corde vocali ha preso il sopravvento). Il giorno dopo siamo quasi freschi (non siamo andati a letto prestissimo e accusiamo un po’ il colpo ma noi siamo Over quindi non ci piace fare i vecchietti) e dopo una mezza giornata di riprese si vola alla location. Si canta al Palazzo del Podestà, un palazzo d’epoca di grande valore, non aperto al pubblico, quindi è un prestigio particolare essere qui dentro oggi. È tempo dell’ultima intervista, non prima però di aver fatto il tanto agognato soundcheck, da noi eletto come santo del musicista, ovvero colui che può chiarirti le idee come confondertele definitivamente. Vediamo la luce alla fine del tunnel: sappiamo come la band (stratosferica, ovviamente) suonerà i nostri brani e siamo tutti un po’ più sereni.

Oggi c’è un sole esagerato, io indosso una camicia di seta blu scura, un paio di jeans denim e i miei fedeli stivaletti neri. Mi sto sciogliendo ma la temperatura cambia quando mi chiamano per l’ultima intervista. Sudo freddo perché hanno la brillante idea di sedermi sul davanzale, io cerco di fingere di essere a mio agio ma evidentemente non so recitare. Sudo freddo perché dietro di me c’è il vuoto, il palazzo è alto e ho una fottuta paura di cadere. Agevole come posizione per essere intervistata in un contesto altrettanto rilassante! Ma le ragazze sono gentili, una sotto di me mi tiene il piede per rassicurarmi, l’altra mi parla lentamente e non mi accorgo di quante cose dico, di come rispondo. So soltanto che le domande non sono facili, non è mai facile rispondere in pochi secondi e in modo conciso. Provo a dire ciò che sento e le parole si adagiano tra me e la telecamera, come a dirmi che non c’è niente di cui aver paura, che il più è fatto, che la vita mi risponderà a tempo debito.

Felice

È pomeriggio, il sole sta calando lentamente, un timido tramonto si intrufola tra le colonne del palazzo. Abbraccio il microfono, questa volta sono nuda. La chitarra l’ho lasciata proprio a casa e sono venuta solo io, senza coperture. I passi dei miei stivaletti risuonano nella sala, è l’eco più lungo e più poetico che abbia sentito, perché copre una distanza d’amore, quella che separa me da due persone che adoro: Manuele Agnelli e Daniele Silvestri. Io, dentro di me, ho già vinto. Già vinto perché cantare è una vittoria, già vinto perché alle mie spalle ho musicisti di enorme valore, già vinto perché l’arte è un regalo prezioso ogni giorno della mia vita. Alla fine canto, sì. Canto come non mi ricordo di aver cantato negli ultimi anni, c’è Bjork oggi con me e una sua canzone che adoro da sempre. Non si tratta di accontentarsi, si tratta di essere felici. Ecco, io ora mi sento così.

Assieme ad Eva canticchio brani dei 99 Posse aspettando il risultato, con lei attraverso l’ultimo varco e accanto a lei ascolto il giudizio di Manuel. Non importa cosa lui abbia detto o meno, lontano dalle telecamere mi ha dedicato due ore del suo tempo, in un contesto informale, davanti ad una bella birra, illuminati dal bagliore tenue della notte. La vita è in discesa, quando ti diverti. Ed è una discesa quella che affronto appena ascoltato il verdetto. Finita la lunga scalinata che mi porta verso le telecamere sono serena, un po’ confusa ma serena.

Non ho molto da dire, lasciatemi andare a scrivere il mio prossimo disco.

Ricomincio da qui

Non finisce mai con una lacrima. Anche se ne ho versata qualcuna, più per stanchezza che per tristezza. Finisce con due chitarre in piazza a Bologna, di notte, a sentire le storie dei senza tetto e ad aiutarli come meglio abbiamo potuto fare, ad ammirare i contrasti. A cosa serve dannarsi l’anima per un obiettivo se poi c’è chi è scappato da un ospedale perché inseguire la sua libertà? Ognuno lotta per ciò che sente, io adesso ricomincio da qui.

Comments (3)

  1. ..e noi si ricomincia con te.
    nulla è sbagliato tutto è unico e aiuta il nostro cammino.

    grazie Ve

    1. No, be… a ‘sto punto sono curioso: visto che eri senza, di chi sono le due chitarre??
      Un saluto grande, chissà che non riesca a vederti all’Ohibò… ohibò!

  2. Hai vinto tu,senza parole…tutto finto? questa é emozione vera…grazie.

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